Noi, i ragazzi di Teheran

Posted on agosto 13, 2009


8873167_2241da4c94_bVanno in piazza rischiando la vita. Ma la sera si divertono ascoltando Michael Jackson e Madonna. Bevono grappa, fanno l’amore e implorano: ‘Non lasciateci soli’. Viaggio nella rivolta giovanile

Il volto della rivolta di Teheran potrebbe essere quello di Leili, 27 anni: sottile e con gli occhi profondi di Audrey Hepburn. Leili porta jeans stretti sotto lo spolverino di cotone, ha un trucco leggero e un velo bianco appena appoggiato sul capo. È una dei leader riconosciuti della protesta. Come ogni settimana scende lungo Valiasr Street, verso l’università, per la quotidiana manifestazione non autorizzata dove il rituale si ripete: lei e i suoi amici a urlare slogan e a mostrare con le dita la ‘V’ di ‘vittoria’; le famigerate milizie Basiji ad attaccarli, picchiarli, bastonarli a sangue, arrestarli. In qualche caso, purtroppo, farli sparire. Per sempre. A poco meno di due mesi dal voto del 12 giugno la guida suprema della rivoluzione iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei, ha confermato la rielezione a presidente di Mahmoud Ahmadinejad. Ma l’opposizione, stretta attorno al candidato Mir Hossein Moussavi, non si arrende. Continua a denunciare brogli. Bolla come ‘farsa’ il processo appena cominciato contro un centinaio di politici, intellettuali, gente comune che ha avuto la sola colpa di scendere in piazza e protestare. Leili crede ancora, come migliaia di altri giovani, di poter cambiare le cose. Anche se il regime ha mostrato la sua faccia più truce. Ci crede perché vuole sperare di avere un futuro, in un Paese che è diventato l’emblema dell’oscurantismo. E che, se può usare il manganello e le pistole, sta rivelando di non avere strumenti davanti a un’ondata di dissenso nuova, tecnologica, fantasiosa. Ci vuole infatti fantasia per salire sui tetti, quando la notte si fa buia, e trasformare l’invocazione del muezzin, “Allah-u-Akbar” (Dio è grande), in un urlo di resistenza. A gridarla sono giovani ventenni che in moschea non ci sono mai andati. Dai tetti vicini altri cori di risposta, ed altri ancora, ovunque come un’eco infinita nel buio della metropoli.

I ragazzi di Teheran hanno una ritualità rodata in otto settimane di lotta. La mattina Leili, come gli altri, controlla su Facebook chi non ha ancora aggiornato il profilo. Farlo è un modo per dire “tutto ok, sto bene”. Se qualcuno non risponde, scatta l’allarme. Si teme il peggio. Come con Mohammad. Mohammad Kamrani, aveva 18 anni. E quando non ha risposto, nemmeno al telefono, gli amici hanno fatto indagini. Era stato arrestato e portato nella prigione di Evin. Dopo una settimana ne hanno restituito il cadavere.

Leili lavora all’università dove tiene un corso di comunicazione, ha studiato in Italia e cita Pirandello e Calvino con grande pertinenza. “Alle precedenti elezioni eravamo delusi per le mancate riforme di Khatami e per protesta non eravamo andati a votare. Ahmadinejad è semplicemente il risultato del nostro errore. Abbiamo creato lo spazio per questa anacronistica dittatura”. E ora bisogna cercare di abbatterla. Con il quotidiano lavoro della militanza. Sul pc carica i video girati con il telefonino che faranno il giro del mondo. “Quello che sta succedendo è davvero interessante”, spiega, “perché la repressione del potere è quella classica, ma il mondo è cambiato, Internet ha reso tutto questo obsoleto e loro non possono farci niente; ci provano, ma non ce la fanno a controllarci tutti. Siamo il Paese più giovane del mondo, 45 milioni di giovani su 65 milioni di abitanti”.

La notte, al riparo di mura amiche, il contrasto tra i divieti imposti dalla teocrazia islamica e la libertà di costumi, diventa ancora più evidente. Come a casa di Fariba, dove la musica di Michael Jackson si sente già dal giardino. Dentro, le ragazze non hanno più veli addosso, ma sfoggiano minigonne e scollature vertiginose. Mansoor non toglie gli occhi di dosso da Noushin, una splendida 25enne, viso da modella e capelli finalmente sciolti sulle spalle. Lui ha 30 anni, vive a New York ed è considerato un formidabile ‘ingegnere’ di connessioni neuronali. “Noi che viviamo all’estero spesso ci vergogniamo di dire che siamo iraniani. Alcuni mentono, altri dicono che sono ‘persiani’. Oggi, finalmente, siamo orgogliosi di dire da dove veniamo”. Nel frattempo dal pop si è passati all’elettronica: corpi, movimento, sudore e luci basse. Sul tavolo si svuotano bottiglie di vodka Absolut, mentre girano spinelli fatti con il fumo del vicino Afghanistan. Qui e in mille altre case si scarica la tensione, si allontana la rabbia, la paura, il dolore, tutto. Finisce l’aragh, la grappa iraniana presente ovunque, ma che, nel Paese degli ayatollah, non si compra certo al supermercato. “Gli armeni, sono loro che la fanno, da sempre. Mio nonno ha 70 anni e non ha mai passato un solo giorno senza berla”.

Di notte la vita è questa. Ma di giorno, come si fa a trovare un po’ di tranquillità con un regime che non ti toglie mai gli occhi di dosso? Per capirlo Afsaneh propone “una visita al parco Jamshidiyeh”. Nel fitto dedalo di sentierini coperti da alberi e cespugli giovani coppie si appartano, camminano tenendosi per mano, si baciano. Sempre con i sensi all’erta però, pronti a ricomporsi nel timore che arrivi la polizia religiosa, con addosso una paura che sfiora la paranoia. “Anche svariati mesi dopo aver vissuto all’estero”, racconta Afsaneh, “non te la togli di dosso. Io ho trascorso un anno in Francia e se avevo una lattina di birra in mano, quando vedevo un poliziotto pensavo a dove nasconderla”.

Ma adesso, ogni giorno che passa, la paura fa meno paura. Si aspetta un segnale per andare ancora tutti dietro a Leili che cammina con la testa alta e ha gli occhi alla Audrey Hepburn. E Leili promette: “Andremo avanti fino alla fine. Vogliamo tornare a vivere nel mondo reale, non solo sulla Rete. Lo meritiamo. Aspettateci, se potete. Stiamo arrivando”.

(fonte: L’Espresso Emilio Casalini )

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