Today I’m Rock!!!!

11 11 2009

Il mondo è diviso in due…Rock e Lento





FlitterIN

11 11 2009

FlitterIN = Facebook + Twitter + LinkedIn

Flitterin





Se i mercati sono conversazioni, è ora di prendere la parola

30 10 2009

Flavia Rubino fondatrice di The Talking Village scrive:

“…è online da pochi giorni. Si tratta per ora di un blog, con l’ambizione di diventare presto un social network di consumatori e aziende per progetti di ascolto, conversazione, co-innovazione, e in cui gli stessi utenti potranno diventare project manager.
Un’ipotesi ancora lontana? Una case history troppo fantasiosa come questa? http://www.thetalkingvillage.it/notizia/l-innovazione–open-source-.asp speriamo di no.  Visitateci, iscrivetevi per partecipare ai futuri progetti, e soprattutto lasciateci tanti commenti. “

Una case history tutta da “conversare”;)





Mulini a Vento

23 10 2009

Ho letto millanta storie di cavalieri erranti,
di imprese e di vittorie dei giusti sui prepotenti
per starmene ancora chiuso coi miei libri in questa stanza
come un vigliacco ozioso, sordo ad ogni sofferenza.
Nel mondo oggi più di ieri domina l’ingiustizia,
ma di eroici cavalieri non abbiamo più notizia;
proprio per questo, Sancho, c’è bisogno soprattutto
d’uno slancio generoso, fosse anche un sogno matto:
vammi a prendere la sella, che il mio impegno ardimentoso
l’ho promesso alla mia bella, Dulcinea del Toboso,
e a te Sancho io prometto che guadagnerai un castello,
ma un rifiuto non l’accetto, forza sellami il cavallo!
Tu sarai il mio scudiero, la mia ombra confortante
e con questo cuore puro, col mio scudo e Ronzinante,
colpirò con la mia lancia l’ingiustizia giorno e nott
e,
com’è vero nella Mancha che mi chiamo Don Chisciotte…





Noi, i ragazzi di Teheran

13 08 2009

8873167_2241da4c94_bVanno in piazza rischiando la vita. Ma la sera si divertono ascoltando Michael Jackson e Madonna. Bevono grappa, fanno l’amore e implorano: ‘Non lasciateci soli’. Viaggio nella rivolta giovanile

Il volto della rivolta di Teheran potrebbe essere quello di Leili, 27 anni: sottile e con gli occhi profondi di Audrey Hepburn. Leili porta jeans stretti sotto lo spolverino di cotone, ha un trucco leggero e un velo bianco appena appoggiato sul capo. È una dei leader riconosciuti della protesta. Come ogni settimana scende lungo Valiasr Street, verso l’università, per la quotidiana manifestazione non autorizzata dove il rituale si ripete: lei e i suoi amici a urlare slogan e a mostrare con le dita la ‘V’ di ‘vittoria’; le famigerate milizie Basiji ad attaccarli, picchiarli, bastonarli a sangue, arrestarli. In qualche caso, purtroppo, farli sparire. Per sempre. A poco meno di due mesi dal voto del 12 giugno la guida suprema della rivoluzione iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei, ha confermato la rielezione a presidente di Mahmoud Ahmadinejad. Ma l’opposizione, stretta attorno al candidato Mir Hossein Moussavi, non si arrende. Continua a denunciare brogli. Bolla come ‘farsa’ il processo appena cominciato contro un centinaio di politici, intellettuali, gente comune che ha avuto la sola colpa di scendere in piazza e protestare. Leili crede ancora, come migliaia di altri giovani, di poter cambiare le cose. Anche se il regime ha mostrato la sua faccia più truce. Ci crede perché vuole sperare di avere un futuro, in un Paese che è diventato l’emblema dell’oscurantismo. E che, se può usare il manganello e le pistole, sta rivelando di non avere strumenti davanti a un’ondata di dissenso nuova, tecnologica, fantasiosa. Ci vuole infatti fantasia per salire sui tetti, quando la notte si fa buia, e trasformare l’invocazione del muezzin, “Allah-u-Akbar” (Dio è grande), in un urlo di resistenza. A gridarla sono giovani ventenni che in moschea non ci sono mai andati. Dai tetti vicini altri cori di risposta, ed altri ancora, ovunque come un’eco infinita nel buio della metropoli.

I ragazzi di Teheran hanno una ritualità rodata in otto settimane di lotta. La mattina Leili, come gli altri, controlla su Facebook chi non ha ancora aggiornato il profilo. Farlo è un modo per dire “tutto ok, sto bene”. Se qualcuno non risponde, scatta l’allarme. Si teme il peggio. Come con Mohammad. Mohammad Kamrani, aveva 18 anni. E quando non ha risposto, nemmeno al telefono, gli amici hanno fatto indagini. Era stato arrestato e portato nella prigione di Evin. Dopo una settimana ne hanno restituito il cadavere.

Leili lavora all’università dove tiene un corso di comunicazione, ha studiato in Italia e cita Pirandello e Calvino con grande pertinenza. “Alle precedenti elezioni eravamo delusi per le mancate riforme di Khatami e per protesta non eravamo andati a votare. Ahmadinejad è semplicemente il risultato del nostro errore. Abbiamo creato lo spazio per questa anacronistica dittatura”. E ora bisogna cercare di abbatterla. Con il quotidiano lavoro della militanza. Sul pc carica i video girati con il telefonino che faranno il giro del mondo. “Quello che sta succedendo è davvero interessante”, spiega, “perché la repressione del potere è quella classica, ma il mondo è cambiato, Internet ha reso tutto questo obsoleto e loro non possono farci niente; ci provano, ma non ce la fanno a controllarci tutti. Siamo il Paese più giovane del mondo, 45 milioni di giovani su 65 milioni di abitanti”.

La notte, al riparo di mura amiche, il contrasto tra i divieti imposti dalla teocrazia islamica e la libertà di costumi, diventa ancora più evidente. Come a casa di Fariba, dove la musica di Michael Jackson si sente già dal giardino. Dentro, le ragazze non hanno più veli addosso, ma sfoggiano minigonne e scollature vertiginose. Mansoor non toglie gli occhi di dosso da Noushin, una splendida 25enne, viso da modella e capelli finalmente sciolti sulle spalle. Lui ha 30 anni, vive a New York ed è considerato un formidabile ‘ingegnere’ di connessioni neuronali. “Noi che viviamo all’estero spesso ci vergogniamo di dire che siamo iraniani. Alcuni mentono, altri dicono che sono ‘persiani’. Oggi, finalmente, siamo orgogliosi di dire da dove veniamo”. Nel frattempo dal pop si è passati all’elettronica: corpi, movimento, sudore e luci basse. Sul tavolo si svuotano bottiglie di vodka Absolut, mentre girano spinelli fatti con il fumo del vicino Afghanistan. Qui e in mille altre case si scarica la tensione, si allontana la rabbia, la paura, il dolore, tutto. Finisce l’aragh, la grappa iraniana presente ovunque, ma che, nel Paese degli ayatollah, non si compra certo al supermercato. “Gli armeni, sono loro che la fanno, da sempre. Mio nonno ha 70 anni e non ha mai passato un solo giorno senza berla”.

Di notte la vita è questa. Ma di giorno, come si fa a trovare un po’ di tranquillità con un regime che non ti toglie mai gli occhi di dosso? Per capirlo Afsaneh propone “una visita al parco Jamshidiyeh”. Nel fitto dedalo di sentierini coperti da alberi e cespugli giovani coppie si appartano, camminano tenendosi per mano, si baciano. Sempre con i sensi all’erta però, pronti a ricomporsi nel timore che arrivi la polizia religiosa, con addosso una paura che sfiora la paranoia. “Anche svariati mesi dopo aver vissuto all’estero”, racconta Afsaneh, “non te la togli di dosso. Io ho trascorso un anno in Francia e se avevo una lattina di birra in mano, quando vedevo un poliziotto pensavo a dove nasconderla”.

Ma adesso, ogni giorno che passa, la paura fa meno paura. Si aspetta un segnale per andare ancora tutti dietro a Leili che cammina con la testa alta e ha gli occhi alla Audrey Hepburn. E Leili promette: “Andremo avanti fino alla fine. Vogliamo tornare a vivere nel mondo reale, non solo sulla Rete. Lo meritiamo. Aspettateci, se potete. Stiamo arrivando”.

(fonte: L’Espresso Emilio Casalini )





“The Big Skinny: How I Changed My Fattitude”

11 08 2009

Ormai la prova costume è andata…Perdere chili di troppo? Carol Lay, fumettista sempre in sovrappeso e dieta-dipendente, solo disegnando ci è riuscita. E, per il sorriso (e la linea) di tutte noi, ha pubblicato il suo diario versione comic che fin dal titolo denuncia tanta autoironia “The Big Skinny: How I Changed My Fattitude”

9780345504043





Trabant: “..si può dire l’unica cosa che mancava all’Occidente hihi!..

10 08 2009

Trabi

Berlino. Nostalgia dell’Est, o meglio “Ostalgie”, come la chiamano quei tedeschi che hanno ancora qualche rimpianto della vecchia Ddr. Più che la Germania comunista, però, si rimpiange il tempo che passa, da qualunque parte del muro si sia vissuto. E allora, per non tornare indietro del tutto, che non è il caso, meglio far rinascere i simboli della propria gioventù. Ovvero: si stava peggio quando si stava peggio. Ma vuoi mettere quanti ricordi a bordo della cara vecchia Trabant? Resuscitiamola. E così sia. Ci siamo passati tutti, o ci passeremo: i nostri genitori hanno provato a convincerci che i Bee Gees o Boy George sono meglio dei Pearl Jam solo perché a riascoltare le loro canzoni si rivedono con trent’anni di meno. Noi stessi andiamo in sollucchero per le repliche di vecchi telefilm come Happy Days e i Jefferson tra gli sguardi allibiti di chi ha dieci anni di meno e pensa che come X Files non ce n’è: e già è spuntato Friends. E poi Lost, e Dr. House. La Trabant, come tanti altri simboli dell’era comunista, era – ed è – semplicemente un pezzo, consistente, di vita vissuta.

A Berlino e dintorni le hanno comprate, smontate, modificate, pitturate, guidate con gli amici, provate con la fidanzata. Era brutta (la Trabant, la fidanzata non so) ma di quel brutto che non può non piacere: affidabile, affidabilissima. Snobbata a Occidente, ma amata in patria – dove tuttora viene confidenzialmente chiamata Trabi – l’automobile dell’Est veniva prodotta dall’anonima Veb Sachsenring Automobilwerke di Zwickau. Lì, per costruirla, si sopperiva alla mancanza del costoso acciaio con il Duroplast, un materiale contenente resina rinforzata con lana o cotone. Sembrava una barzelletta a chi, guidando magari una Mercedes, ne veniva a conoscenza da Oltrecortina. Poi cadde il Muro e la Trabant si prese la sua rivincita sbaragliando veicoli molto più noti in un particolare crash test, “la prova dell’alce”: una prova di stabilità condotta effettuando una sterzata brusca come se si dovesse evitare un animale che attraversa la strada all’improvviso. Il Duroplast era duro davvero, e la Trabant superò la prova a pieni voti, mentre – per dirne una – la Classe A della Mercedes ebbe, almeno inizialmente, qualche problema. Nonostante questo, il settimanale Time mise la Trabant tra le 50 auto peggiori della storia. Di sicuro non chiesero pareri in Germania, dove l’amore col passare degli anni è aumentato: c’è però chi, entrando nei negozi di souvenir berlinesi pieni di gadget firmati Trabant, sostiene che i tedeschi hanno semplicemente trovato un modo per spillare soldi ai turisti, dando la patente di mito a una sorta di cassonetto della spazzatura col volante.trabi2

Tanti, perfino troppi, se si guarda bene la vecchia Trabi, non sono affatto d’accordo e si battono per tenere alto l’onore dell’auto del popolo (in contrapposizione con la Wartburg, più costosa e ricercata, di fatto appannaggio solo della classe dirigente). Decine e decine di fan club, circoli, esibizioni, passerelle e gare: tutto pur di tenere allenati i motori ormai stanchi della Trabi.

2trab

Nata ufficialmente nel 1957, la Trabant doveva essere inizialmente un motoveicolo simile all’Ape. Ne venne invece fuori un disegno inconfondibile che alcuni tedeschi dell’Est hanno desiderato e aspetta  to anche per quindici anni: in alcuni periodi, infatti, passavano ben tre lustri tra l’ordine e la consegna. Disponibile solo in tre colori (crema, blu o verde pastello), non raggiungeva i 100 orari e inquinava come poche altre auto sono riuscite a fare. Tuttavia la fame postuma di Trabant (uscita di produzione nel 1991) ha portato la ditta bavarese Herpa ad acquisirne i diritti: si è partiti con i modellini in scala, che hanno spopolato. Col tempo si è arrivati a progettare un’auto vera e propria, che dovrebbe essere presentata il 17 settembre prossimo al Salone dell’Auto di Francoforte. Ci sono dubbi però sul fatto che resti l’auto del popolo: ha una linea più elegante e costerà tra i 20 e i 30 mila euro. Non proprio a buon mercato. In pratica resta solo il nome, azzeccatissimo, che significa “compagna di viaggio”. Spazio alla nostalgia, quindi, ma anche al comfort. D’altronde in quanti, quando l’età avanza, ripercorrono pari pari il viaggio della vita fatto a 18 anni tra campeggi e ostelli, dormendo però in comodi hotel? Brutto a dirsi, ma anche le n-Ostalgie hanno un prezzo.

(fonte: IlSecoloxix.it Roberta Scarcella)





Making the Tarte Tatin

17 12 2008

Si narra che…tarte-tatin

…Questa torta, il cui nome completo è Tarte des Demoiselles Tatin, è stata inventata alla fine del XIX secolo dalle sorelle Tatin. La leggenda narra che Stephanie, una delle due sorelle, si accorse di aver infornato la torta senza aver foderato il fondo della tortiera con la pasta brisée. La cuoca, senza lasciarsi scoraggiare, decise di ricoprire le mele con la pasta, ottenendo così quella che è diventata una delle preparazioni più note della cucina francese….

Devo essere stata io nella vita precedente…mi dimentico sempre qualcosa…ih ih





Trieste…

11 12 2008

I confini, Caffe San Marco, Piazza dell’Unità,
Il Molo Audace, La Bora, Il Tergisteo, Bepi,  Buffet,
Svevo, Saba, Joyce, Canal Grande, Piazza Goldoni,
Il faro della Vittoria, Il Miramare, Brezza, Commistioni interreligiose,
Stazione Marittima, Castello di San Giusto, Teatro Verdi, Oriente, Jota,
Il mare dell’Adriatico i suoi muli e le sue mule, Carso, Salite Discese….





PaRteNzA

10 08 2008

Martedi 12 agosto la partenza.

Scozia…Scotland…o ancora  Caledonia per i nostalgici..

Sarà un lungo viaggio che prenderà via da Edimburgo…dove atterreremo…per arrivare fino al punto più lontano o quasi Thurso…

Coste frastagliate un mosaico di montagne imponenti laghi e incontaminate isole..

Castelli giardini cattedrali a testimonianza del turbolento ma glorioso passato..

Da grandi e popolose città a piccoli paesini di pescatori…pub e feste a base di birra e fish and chips!

Non potrà mancare una visitina a Nessie..alle sornione Foche sull’isola di Skye..e alle mucche con la frangetta ihihi