Uno… due…tre…FESTIVAL!

25 10 2009

“Il futuro appartiene a coloro che credono alla bellezza dei propri sogni.”

Eleanor Roosevelt    Festival Scienza Genova

Genova , 23 ottobre _ 1 novembre 2009

Il futuro è la ragion d’essere della ricerca – scientifica, artistica, letteraria – è il luogo immaginario da conquistare con fantasia e applicazione, rigore e immaginazione, calcolo e previsione. La scienza, infatti, ci insegna che il limite del possibile può essere responsabilmente spostato sempre più in là: lo dimostra il fatto che applicazioni che spesso hanno avuto, nel passato, il sapore di un futuro irraggiungibile, sono poi divenute realtà quotidiana. Per parlare ed esplorare il concetto di futuro, il Festival della Scienza ha organizzato il programma secondo cinque percorsi: il futuro della tecnologia, alle prese con le grandi potenzialità della comunicazione; il futuro della vita, sospeso fra naturale e artificiale; il futuro dell’universo, aperto verso esplorazioni sempre più impegnative; il futuro della natura, che deve affrontare la sfida della sostenibilità; il futuro delle idee, quello da cui dipende l’idea di pianeta che consegneremo alle generazioni future.





Feltrinelli – la Superba! -

11 09 2009

Finalmente nella mia città novità interessanti

Il martedì 15 sefeltrinellittembre 2009 inaugurazione a Genova della Feltrinelli più innovativa d’Italia!

La Feltrinelli Libri e Musica di via Ceccardi va a sostituire due negozi storici: la Libreria Feltrinelli di via XX settembre, aperta nel 1991 e il RicordiMediaStores di via Fieschi, attivo dal lontano 1953.

“…Una struttura architettonica assolutamente innovativa, quattro piani e sette livelli per una superficie di più di 1.700 metri quadri, e con un assortimento ricchissimo sia in estensione che in profondità: 60.000 titoli per i libri, 15.000 cd, 6.000 dvd, un importante reparto di videogames, integrato dal nuovissimo reparto “Re-game” per il ritiro e la vendita dei videogiochi usati e il reparto di strumenti musicali e di edizioni.

Tante sono le novità! Postazioni multimediali self service e un innovativo sistema di preascolto di tutti i CD in vendita.& nbsp;Il corner LeFel, dedicato a home design, cartoleria e benessere. Kidz, lo spazio ragazzi progettato con Reggio Children. Eventi, aree lettura, servizio Wi-Fi, il caffè….”





Noi, i ragazzi di Teheran

13 08 2009

8873167_2241da4c94_bVanno in piazza rischiando la vita. Ma la sera si divertono ascoltando Michael Jackson e Madonna. Bevono grappa, fanno l’amore e implorano: ‘Non lasciateci soli’. Viaggio nella rivolta giovanile

Il volto della rivolta di Teheran potrebbe essere quello di Leili, 27 anni: sottile e con gli occhi profondi di Audrey Hepburn. Leili porta jeans stretti sotto lo spolverino di cotone, ha un trucco leggero e un velo bianco appena appoggiato sul capo. È una dei leader riconosciuti della protesta. Come ogni settimana scende lungo Valiasr Street, verso l’università, per la quotidiana manifestazione non autorizzata dove il rituale si ripete: lei e i suoi amici a urlare slogan e a mostrare con le dita la ‘V’ di ‘vittoria’; le famigerate milizie Basiji ad attaccarli, picchiarli, bastonarli a sangue, arrestarli. In qualche caso, purtroppo, farli sparire. Per sempre. A poco meno di due mesi dal voto del 12 giugno la guida suprema della rivoluzione iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei, ha confermato la rielezione a presidente di Mahmoud Ahmadinejad. Ma l’opposizione, stretta attorno al candidato Mir Hossein Moussavi, non si arrende. Continua a denunciare brogli. Bolla come ‘farsa’ il processo appena cominciato contro un centinaio di politici, intellettuali, gente comune che ha avuto la sola colpa di scendere in piazza e protestare. Leili crede ancora, come migliaia di altri giovani, di poter cambiare le cose. Anche se il regime ha mostrato la sua faccia più truce. Ci crede perché vuole sperare di avere un futuro, in un Paese che è diventato l’emblema dell’oscurantismo. E che, se può usare il manganello e le pistole, sta rivelando di non avere strumenti davanti a un’ondata di dissenso nuova, tecnologica, fantasiosa. Ci vuole infatti fantasia per salire sui tetti, quando la notte si fa buia, e trasformare l’invocazione del muezzin, “Allah-u-Akbar” (Dio è grande), in un urlo di resistenza. A gridarla sono giovani ventenni che in moschea non ci sono mai andati. Dai tetti vicini altri cori di risposta, ed altri ancora, ovunque come un’eco infinita nel buio della metropoli.

I ragazzi di Teheran hanno una ritualità rodata in otto settimane di lotta. La mattina Leili, come gli altri, controlla su Facebook chi non ha ancora aggiornato il profilo. Farlo è un modo per dire “tutto ok, sto bene”. Se qualcuno non risponde, scatta l’allarme. Si teme il peggio. Come con Mohammad. Mohammad Kamrani, aveva 18 anni. E quando non ha risposto, nemmeno al telefono, gli amici hanno fatto indagini. Era stato arrestato e portato nella prigione di Evin. Dopo una settimana ne hanno restituito il cadavere.

Leili lavora all’università dove tiene un corso di comunicazione, ha studiato in Italia e cita Pirandello e Calvino con grande pertinenza. “Alle precedenti elezioni eravamo delusi per le mancate riforme di Khatami e per protesta non eravamo andati a votare. Ahmadinejad è semplicemente il risultato del nostro errore. Abbiamo creato lo spazio per questa anacronistica dittatura”. E ora bisogna cercare di abbatterla. Con il quotidiano lavoro della militanza. Sul pc carica i video girati con il telefonino che faranno il giro del mondo. “Quello che sta succedendo è davvero interessante”, spiega, “perché la repressione del potere è quella classica, ma il mondo è cambiato, Internet ha reso tutto questo obsoleto e loro non possono farci niente; ci provano, ma non ce la fanno a controllarci tutti. Siamo il Paese più giovane del mondo, 45 milioni di giovani su 65 milioni di abitanti”.

La notte, al riparo di mura amiche, il contrasto tra i divieti imposti dalla teocrazia islamica e la libertà di costumi, diventa ancora più evidente. Come a casa di Fariba, dove la musica di Michael Jackson si sente già dal giardino. Dentro, le ragazze non hanno più veli addosso, ma sfoggiano minigonne e scollature vertiginose. Mansoor non toglie gli occhi di dosso da Noushin, una splendida 25enne, viso da modella e capelli finalmente sciolti sulle spalle. Lui ha 30 anni, vive a New York ed è considerato un formidabile ‘ingegnere’ di connessioni neuronali. “Noi che viviamo all’estero spesso ci vergogniamo di dire che siamo iraniani. Alcuni mentono, altri dicono che sono ‘persiani’. Oggi, finalmente, siamo orgogliosi di dire da dove veniamo”. Nel frattempo dal pop si è passati all’elettronica: corpi, movimento, sudore e luci basse. Sul tavolo si svuotano bottiglie di vodka Absolut, mentre girano spinelli fatti con il fumo del vicino Afghanistan. Qui e in mille altre case si scarica la tensione, si allontana la rabbia, la paura, il dolore, tutto. Finisce l’aragh, la grappa iraniana presente ovunque, ma che, nel Paese degli ayatollah, non si compra certo al supermercato. “Gli armeni, sono loro che la fanno, da sempre. Mio nonno ha 70 anni e non ha mai passato un solo giorno senza berla”.

Di notte la vita è questa. Ma di giorno, come si fa a trovare un po’ di tranquillità con un regime che non ti toglie mai gli occhi di dosso? Per capirlo Afsaneh propone “una visita al parco Jamshidiyeh”. Nel fitto dedalo di sentierini coperti da alberi e cespugli giovani coppie si appartano, camminano tenendosi per mano, si baciano. Sempre con i sensi all’erta però, pronti a ricomporsi nel timore che arrivi la polizia religiosa, con addosso una paura che sfiora la paranoia. “Anche svariati mesi dopo aver vissuto all’estero”, racconta Afsaneh, “non te la togli di dosso. Io ho trascorso un anno in Francia e se avevo una lattina di birra in mano, quando vedevo un poliziotto pensavo a dove nasconderla”.

Ma adesso, ogni giorno che passa, la paura fa meno paura. Si aspetta un segnale per andare ancora tutti dietro a Leili che cammina con la testa alta e ha gli occhi alla Audrey Hepburn. E Leili promette: “Andremo avanti fino alla fine. Vogliamo tornare a vivere nel mondo reale, non solo sulla Rete. Lo meritiamo. Aspettateci, se potete. Stiamo arrivando”.

(fonte: L’Espresso Emilio Casalini )





Trabant: “..si può dire l’unica cosa che mancava all’Occidente hihi!..

10 08 2009

Trabi

Berlino. Nostalgia dell’Est, o meglio “Ostalgie”, come la chiamano quei tedeschi che hanno ancora qualche rimpianto della vecchia Ddr. Più che la Germania comunista, però, si rimpiange il tempo che passa, da qualunque parte del muro si sia vissuto. E allora, per non tornare indietro del tutto, che non è il caso, meglio far rinascere i simboli della propria gioventù. Ovvero: si stava peggio quando si stava peggio. Ma vuoi mettere quanti ricordi a bordo della cara vecchia Trabant? Resuscitiamola. E così sia. Ci siamo passati tutti, o ci passeremo: i nostri genitori hanno provato a convincerci che i Bee Gees o Boy George sono meglio dei Pearl Jam solo perché a riascoltare le loro canzoni si rivedono con trent’anni di meno. Noi stessi andiamo in sollucchero per le repliche di vecchi telefilm come Happy Days e i Jefferson tra gli sguardi allibiti di chi ha dieci anni di meno e pensa che come X Files non ce n’è: e già è spuntato Friends. E poi Lost, e Dr. House. La Trabant, come tanti altri simboli dell’era comunista, era – ed è – semplicemente un pezzo, consistente, di vita vissuta.

A Berlino e dintorni le hanno comprate, smontate, modificate, pitturate, guidate con gli amici, provate con la fidanzata. Era brutta (la Trabant, la fidanzata non so) ma di quel brutto che non può non piacere: affidabile, affidabilissima. Snobbata a Occidente, ma amata in patria – dove tuttora viene confidenzialmente chiamata Trabi – l’automobile dell’Est veniva prodotta dall’anonima Veb Sachsenring Automobilwerke di Zwickau. Lì, per costruirla, si sopperiva alla mancanza del costoso acciaio con il Duroplast, un materiale contenente resina rinforzata con lana o cotone. Sembrava una barzelletta a chi, guidando magari una Mercedes, ne veniva a conoscenza da Oltrecortina. Poi cadde il Muro e la Trabant si prese la sua rivincita sbaragliando veicoli molto più noti in un particolare crash test, “la prova dell’alce”: una prova di stabilità condotta effettuando una sterzata brusca come se si dovesse evitare un animale che attraversa la strada all’improvviso. Il Duroplast era duro davvero, e la Trabant superò la prova a pieni voti, mentre – per dirne una – la Classe A della Mercedes ebbe, almeno inizialmente, qualche problema. Nonostante questo, il settimanale Time mise la Trabant tra le 50 auto peggiori della storia. Di sicuro non chiesero pareri in Germania, dove l’amore col passare degli anni è aumentato: c’è però chi, entrando nei negozi di souvenir berlinesi pieni di gadget firmati Trabant, sostiene che i tedeschi hanno semplicemente trovato un modo per spillare soldi ai turisti, dando la patente di mito a una sorta di cassonetto della spazzatura col volante.trabi2

Tanti, perfino troppi, se si guarda bene la vecchia Trabi, non sono affatto d’accordo e si battono per tenere alto l’onore dell’auto del popolo (in contrapposizione con la Wartburg, più costosa e ricercata, di fatto appannaggio solo della classe dirigente). Decine e decine di fan club, circoli, esibizioni, passerelle e gare: tutto pur di tenere allenati i motori ormai stanchi della Trabi.

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Nata ufficialmente nel 1957, la Trabant doveva essere inizialmente un motoveicolo simile all’Ape. Ne venne invece fuori un disegno inconfondibile che alcuni tedeschi dell’Est hanno desiderato e aspetta  to anche per quindici anni: in alcuni periodi, infatti, passavano ben tre lustri tra l’ordine e la consegna. Disponibile solo in tre colori (crema, blu o verde pastello), non raggiungeva i 100 orari e inquinava come poche altre auto sono riuscite a fare. Tuttavia la fame postuma di Trabant (uscita di produzione nel 1991) ha portato la ditta bavarese Herpa ad acquisirne i diritti: si è partiti con i modellini in scala, che hanno spopolato. Col tempo si è arrivati a progettare un’auto vera e propria, che dovrebbe essere presentata il 17 settembre prossimo al Salone dell’Auto di Francoforte. Ci sono dubbi però sul fatto che resti l’auto del popolo: ha una linea più elegante e costerà tra i 20 e i 30 mila euro. Non proprio a buon mercato. In pratica resta solo il nome, azzeccatissimo, che significa “compagna di viaggio”. Spazio alla nostalgia, quindi, ma anche al comfort. D’altronde in quanti, quando l’età avanza, ripercorrono pari pari il viaggio della vita fatto a 18 anni tra campeggi e ostelli, dormendo però in comodi hotel? Brutto a dirsi, ma anche le n-Ostalgie hanno un prezzo.

(fonte: IlSecoloxix.it Roberta Scarcella)





Making the Tarte Tatin

17 12 2008

Si narra che…tarte-tatin

…Questa torta, il cui nome completo è Tarte des Demoiselles Tatin, è stata inventata alla fine del XIX secolo dalle sorelle Tatin. La leggenda narra che Stephanie, una delle due sorelle, si accorse di aver infornato la torta senza aver foderato il fondo della tortiera con la pasta brisée. La cuoca, senza lasciarsi scoraggiare, decise di ricoprire le mele con la pasta, ottenendo così quella che è diventata una delle preparazioni più note della cucina francese….

Devo essere stata io nella vita precedente…mi dimentico sempre qualcosa…ih ih





Trieste…

11 12 2008

I confini, Caffe San Marco, Piazza dell’Unità,
Il Molo Audace, La Bora, Il Tergisteo, Bepi,  Buffet,
Svevo, Saba, Joyce, Canal Grande, Piazza Goldoni,
Il faro della Vittoria, Il Miramare, Brezza, Commistioni interreligiose,
Stazione Marittima, Castello di San Giusto, Teatro Verdi, Oriente, Jota,
Il mare dell’Adriatico i suoi muli e le sue mule, Carso, Salite Discese….





Dal Petrolio all’Energia. ERG 1938-2008. Storia e cultura d’impresa”

30 10 2008

Venerdì 31 ottobre, ore 17,30
Genova, Magazzini del Cotone, Sala Grecale.

In occasione dei 70 anni del gruppo ERG, la casa editrice Laterza pubblica “Dal Petrolio all’Energia. ERG 1938-2008. Storia e cultura d’impresa” (a cura di Paride Rugafiori e Ferdinando Fasce).

Attraverso un’accurata ricerca e ricostruzione storico-economica, l’analisi delle fonti e delle immagini d’archivio ma, soprattutto, le voci dei protagonisti che hanno fatto la storia di ERG, il volume ripercorre i settant’anni di attività di un gruppo industriale italiano il cui sviluppo presenta elementi di unicità e primogenitura. Uno dei primi esempi di monografia specialistica dedicata ad un’impresa multienergy indipendente.

La presentazione fa parte, insieme al concerto “Something connected with energy” di Michael Nyman, dell’evento “Una storia di energia” organizzato nell’ambito del Festival della Scienza per festeggiare i 70 anni del Gruppo ERG.

Michael Nyman (Londra, 23 marzo 1944) è un compositore, pianista, musicologo e librettista inglese.





A colloquio con Alessandra Guenna, scultrice.

29 10 2008

di Stefania Lazzari*

Alessandra Guenna, autrice della mostra “Natura Magistra uti” (allestita presso la Biblioteca del Campus Universitario di Savona dal 20 maggio al 20 giugno 2007) ci accompagna nell’affascinate scoperta del mondo della natura e della materia del legno.

Un viaggio nella dimensione della figura umana guidato dalla impulsività dell’atto creativo, una rievocazione che diventa una presa di coscienza sulla inevitabile interazione tra natura e umanità.

Linea decisa, forte l’influenza della sua esperienza da scultrice, che caratterizza le sue figure arrotondate, dove il volume prende corpo. Un solo enorme occhio, l’anatomia d’un tratto sembra smarrire i suoi canoni, la figura si adatta alla natura, alle linee del legno che diventa il supporto, ma anche il simbolo della storia che lascia il segno, sulla pelle dell’umanità, nelle linee profonde che solcano le superfici legnose.

“..Legno materiale caldo, come un corpo vivo che aspetta di essere scelto.. lo prendo e lo porto con me, ma non lo faccio subito mio…rimane li in attesa… quasi a voler stabilire un punto d’incontro…solo al momento giusto, quasi sempre inaspettato.. avviene il processo di trasformazione artistica di esso…”

La ricerca e la scelta attenta del materiale, diventano il manifesto del suo percorso artistico “legni vecchi, rotti, distrutti quasi marci ammuffiti…ma proprio questi ricerco.. mi piace.. perchè mi sembra di farli rivivere..”. Nasce l’intreccio tra la storia della materia, quella dell’artista e delle sue figure che hanno “ossessivamente” sempre la stessa immagine. “

Sembra che questi pezzi di legno non abbiano senso.. ma non appena stendo la cementite, allora cominciano ad assumere un aspetto diverso.. poi dalla forma del legno.. tiro fuori la figura.. come se questa fosse già dentro ed aspettasse solo di uscire”. La scelta dei colori verte su quelli forti decisi “sparati”, di forte impatto emotivo, anche se a tratti si riscontra l’uso del color caffè, che ha la caratteristica di essere una tonalità morbida capace di accentuare le forme e i volumi.“

Quando metto giù un quadro traccio prevalentemente una figura..una linea e il suo volume…loro..i pittori.. invece.. creano i colpi di luce…” Nella sua arte sembra coesistere un armonioso connubio tra la travagliata condizione umana, i personaggi mitologici e biblici, ne sono esempio “Giuditta e Oloferne” e “l’Assunzione di Maria”, ma anche la più arcana ritualità che vede protagonisti la natura e l’uomo.

*studentessa della Laurea Specialistica Scienze e Tecnologie della Comunicazione e dell’Informazione





SARA’ ESTATE

4 09 2008

Dedicato a Jean Seberg
di Elisa Alessandro
Regia Francesca De Sapio
con Elisa Alessandro
disegno luci Luca Barbati
Costumi Carmen Sanchez
Video Andrea Camuffo
aiuto regia Marco Calvani

Attrice simbolo della Nouvelle Vague, musa di Jean-Luc Godard, di Otto Preminger, di Claude Chabrol, protagonista di ben trentotto film tra il 1957 e il 1979: tutto questo era Jean Seberg, ovvero la Patricia di “Fino all’ultimo respiro” e la Cécile di “Bonjour tristesse”, una diva dimenticata che rivive ora nella pièce “Sarà estate”.
Scritto e interpretato da Elisa Alessandro con la regia di Francesca De Sapio, prodotto da Mixò in collaborazione con Duse Studio International e con il Patrocinio del Comune di Roma, lo spettacolo, che prende in prestito il titolo dalla poesia di Emily Dickinson tanto amata dalla Seberg, ripercorre la vita pubblica e privata di una delle figure più emblematiche degli anni Sessanta attraverso i suoi film e il suo grande impegno civile, restituendo l’affresco di un’epoca profondamente agitata dalle lotte per i diritti e una lucida riflessione su dove siamo oggi, sulle mancanze e le contraddizioni di un mondo che sfugge e sovrasta, di una società che innalza e distrugge.
Nata negli Stati Uniti nel 1938, Jean Seberg cominciò infatti a recitare mentre in America incalzava il maccartismo e l’ondata di razzismo nei confronti dei “negri”, linciati, accoltellati e picchiati a morte. Mossa da una sensibilità fuori dal comune, nel culmine delle contestazioni per la difesa dei diritti civili si schierò dalla parte delle Black Panthers, lo storico movimento rivoluzionario afroamericano, nel quale militarono anche Malcom X e Martin Luther King, che lottava contro tutte le forti discriminazioni su base razziale. Il grande sostegno che l’attrice diede alla causa le costò continue persecuzioni da parte dell’FBI, che represse con la violenza il movimento e a lei impedì di continuare a lavorare. Cominciò così la parabola discendente di Jean Seberg, sola nonostante i quattro matrimoni, tormentata dalla perdita del figlio appena nato, rovinata dall’alcool e dalla droga, fino alla morte per overdose di barbiturici nel 1979 a Parigi.
“Sarà estate” mette a nudo la verità di questa donna che fu icona di un’epoca per i suoi ideali politici e la sua bellezza anticonvenzionale, con quei capelli cortissimi e la figura esile, mettendone in luce i successi e le fragilità: un’occasione per rendere omaggio ad una diva ingiustamente dimenticata ma anche, come afferma l’autrice, per fermarsi a riflettere sul mestiere dell’attore e su quanto la vita reale porti consapevolmente o inconsapevolmente a recitare tanti ruoli.